INCONTRIVESUVIANI PERIODICO D'INFORMAZIONE E CULTURA VESUVIANA - ANNO I NUMERO XXIV

Da Saviano a Raffaello

22 Mag 2008 | Scritto da Ciro Incoronato | Rubrica: E' quadern d'o Cinema, Urban... storie di periferia Stampa l\\\'articolo

Non intendo unirmi al coro ossequioso di quanti ritengono Gomorra, sia il libro che il film, l’ultima parola sul degrado delle nostre vite e delle nostre coscienze, la Cassazione della nostra sofferenza materiale e spirituale. Il racconto, a tratti verboso e scontato, di vicende di camorra, non lascia intravvedere la disperazione della gente, giacchè evita di indagare, di andare in profondità, mantenendosi in superficie e così dimenticando i pregi dell’andare in apnea, di trattenere il fiato. Ma meglio procedere con ordine. Il libro di Saviano, scritto sottoforma di romanzo, rappresenta la spettacolarizzazione malriuscita di una guerra che continua ancora oggi, una guerra fatta di silenzi, versamenti di sangue, eccessi hollywoodiani. Una guerra in cui uno stato, quello italiano, rinuncia ad esercitare la propria sovranità per la connivenza palese dei suoi rappresentanti, per una questione di do ut des, di incapacità cronica ad affrontare determinate problematiche. O, come ritengo più probabile, per nascondere il vuoto umiliante che attraversa le nostre istituzioni sempre più appesantite da una nomenklatura invadente, da richiami retorici ad una presunta questione morale, i cui termini non sono mai definiti. Tutti temi, insomma, che a Saviano non interessano, chissà per quale oscuro motivo. Non voglio criticare questo personaggio che, nonostante tutto, ha rischiato e rischia a tutt’oggi la sua vita, ma sta di fatto che la lente, attraverso cui guarda la realtà, non mette bene a fuoco certi meccanismi, riducendosi a cronaca letterariamente modesta di storie tragiche e non così semplici come vengono presentate. Di storie fatte di giochi di potere, di incroci fra camorra e politica. Di omissioni gravi e di sabbia buttata sui cadaveri per occultare e rendere più agevole la digestione della nostra Madre Terra. Di storie verso le quali solitamente si dimostra solo disprezzo, dimenticando le tribolazioni del nostro lumpenproletariat, gli anni perduti dei pusher, dei baby killer, dei tossici con le vene scassate che affollano l’asse mediano e le vele di Scampia, delle madri che piangono i figli aspettandoli fino a notte inoltrata davanti ad una tazza di latte e ad un pacchetto di Marlboro di contrabbando. Questo libro non ricompensa le “vittime”, ma le fa entrare solo in un quadro a tinte fosche, dove si tenta di rappresentare un mondo vasto, ma non ne viene abbozzata neppure la minima parte; sicchè, i buchi neri ingoiano tutto indisturbati. Passando al film di Garrone, la faccenda diventa ancora più desolante. Un pastiche di tecniche narrative distanti le une dalle altre, un montaggio che appesantisce anzichè rendere incalzante e brutale il ritmo del film. Una satura lanx di luoghi comuni. Non c’è passione e non c’è neppure distanza, ma solo il prevalere di un punto di vista "medio" che a poco serve. Mi è venuto, guardandolo, di pensare ad altri film su Napoli, film che mi hanno emozionato, che mi hanno assestato dei cazzotti forti alla bocca dello stomaco, facendomi trattenere il respiro per alcuni istanti. A Pater familias di Patierno o a Le mani sulla città di Francesco Rosi. Film che ti fanno sentire, vedere e toccare i mondi paralleli trascurati dalle cronache uffciali, dall’attenzione riservata ai luoghi comuni, catapultandoti in un viaggio terribile nel tempo e nello spazio, in un ritorno al presente che è sempre e comunque un proiettarsi nel futuro prossimo della nostra quotidianità. Da un lato, cioè, la critica di Rosi al mondo politico, alla convergenza tra mafie e classe dirigente, alla democrazia moderna ridotta a ciò che è sempre stato e sempre sarà: comitato esecutivo del capitalismo, difesa dell’interesse economico dei più che schiacciano i molti, controllandoli con sistemi disciplinari capillari e brutali. Dall’altro, il mondo dell’hinterland descritto da Patierno tramite le vicende di un ragazzo che, tornando a casa per un permesso dal Carcere di Poggioreale, ricorda i momenti di un passato che ancora lo opprime: le rapine dei suoi amici, la morte di qualcuno di loro, episodi di violenza familiare. Il tutto condito da una regia semplice e asciutta, che non cede mai alle facili esemplificazioni del Circo Barnum nel quale viviamo tutti quanti. Un circo che spegne la mente offrendo a tutti un companatico spirituale che funziona da oppiaceo. Pochi ne sanno prendere le distanze, pochi sanno valutarlo con la dovuta cautela. Chi scrive non prova vergogna delle sue radici, ma prova su di sè le contraddizioni del contesto nel quale è vissuto per ventiquattro anni. Da quando, bambino, si buttava nelle acque del Granatello e si ritrovava, appena uscito, le macchie di nafta sulle gambe; oppure vedeva una sposa con l’abito sporco di sangue del marito assassinato davanti a lei fuori della chiesa; oppure giocava a pallone in strade piene di siringhe sporche, che i più grandi tra noi provvedevano a togliere. Da quando si iscriveva ad un liceo d’elite, di figli di papà che si mostrano insofferenti nei confronti del diverso, del non omologato; oppure si ritrovava, ex scugnizzo resinaro, nella facoltà di filosofia di Napoli, immersa in un torpore intellettuale che spaventerebbe anche il più crudo e oppressore tra i dittatori. Chi scrive è soltanto inquietato dall’assenza totale di una cultura in grado di "negare" lo stato di cose esistenti, dall’allineamento, dall’uniformità di giudizio. Dalla mancanza di creatività nel pensare a delle alternative, dall’assenza della forza morale atta a realizzare progetti nuovi. Dal fatto di vivere su un palcoscenico a cielo aperto, sul quale ci aggiriamo sempre più storditi, confusi, normalizzati. Un palcoscenico sul quale si muovono strane figure, si cantano canzoni che tutti conoscono…attimi dove il cuore corre e supera gli ostacoli…sensazioni che ci coprono di brividi…perchè siamo innamorati…quest’amore a cioccolato…il sapore delle labbra che tu hai…la nostra storia sembra scritta da un cartone alla tv….tu ragazzina innamorata ma viziata un pò di più con i tuoi sogni nel cassetto mi ripeti molto spesso ca cu me vuò realizzà….troppo gelosa ma ti giuro ke mi piaci kome sei….sincronizzati a quest’amore fino al 3003…io che ti amo da morire vivo sulament’ ‘e te e tu pur pazz’ ‘e me…. Le ragazzine cantano estasiate, aspettano i loro divi al prossimo matrimonio o alla prossima festa di piazza. Poco lontano, qualche altro morto ammazzato giace in un’auto dimenticata o bruciata. Ma non importa: fa parte tutto del folklore partenopeo, tutto viene metabolizzato, trasformato in quello che non è e non potrà mai essere. E pure chi è lontano da queste zone, pure chi non ascolta Raffaello e simili, ha poco da sentirsi superiore: rappresenta solo l’altra faccia della stessa ipocrisia.

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2 commenti
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  1. Il film ancora non l’ho visto e quindi togliamolo di mezzo, non posso discuterne. Nella seconda parte di ciò che scrivi anche se non ritrovo ovviamente il mio humus, quello dove ci sono le mie radici e dove sono cresciuto mi appare un sentimento che per quanto duro e amaro è condivisibile, comprensibile sia pure a modo mio. Infatti sai che l’ipocrisia che fa dire "ti capisco" non è da me e poi sarebbe non solo ipocrisia, ma anche falsità. Qualunque fenomeno può essere studiato e compreso, ma certo se lo si vive sulla propria pelle forse diventa ancora più chiaro. Lo sai che sul libro di Saviano non la penso come te, ma non la penso come te non per qualche ragione trascendentale. Saviano può piacere o no da un punto di vista letterario, per come scrive, per il suo stile o per qualunque altro motivo. Può anche come dici tu non "ricompensare le vittime" con il suo libro, ma il problema è a mio avviso di tutt’altra natura. Saviano penso volesse permettere ad una situazione completamente nascosta (parlo ovviamente del livello nazionale) di venire alla luce del sole. Del resto lo ha più volte ribadito, lui non fa altro che prendere i verbali della polizia, i verbali dei processi e di presentarli, di divulgarli. Perchè se è vero che lo stato non c’è è pur vero che qualcuno comunque continua a fare quello che mio padre definisce "il suo dovere", indaga, cattura, processa. Ognuno secondo mio padre dovrebbe fare il suo doveere e a volte inizio a pensare che abbia proprio ragione. Tuttavia, tralasciando le considerazioni di mio padre, possiamo dire che certo sono pochi e soli in queste terre quelli che fanno il proprio dovere cercando di non corrompere la propria esistenza, ma ci sono e Gomorra almeno è stato ed è una fortissima cassa di risonanza. Le indagini della magistratura hanno descritto l’impero economico-finanziaro della Camorra, ma di giornalisti che lo avessero diffuso tra la gente valli a trovare e se ci sono stati hanno dovuto subire tutte le censure del caso. Alla fine di tutto questo libro ha avuto almeno il merito di riattivare l’attenzione che guarda non è cosa da poco in tempi in cui per sapere cosa fa la polizia a Chiaiano c’è bisogno di andarsene su internet e aspettare che qualcuno che stava alla protesta carichi video e immagini. Far passare le notizie, farle circolare non è importante, è essenziale. La spettacolarizzazione poi di cui tu parli è in parte frutto del fatto che ci troviamo di fronte ad un libro e al suo tentativo di essere letto e in seconda istanza fa pendant con una spettacolarizzazione di cui la camorra stessa tenta di circondarsi.
    Comunque il problema non è Saviano quanto il fatto che Saviano e il suo Gomorra siano e rimangano l’unica espressione per l’informazione nostrana di un malessere e su questo quindi mi sento di darti ragione. Il problema è che il tuo malessere non esiste, quello dei tuoi amici non esiste, il mio non esiste: il nostro malessere non può andare da Riotta perchè è VERO ed è questo il dramma più grande che NON C’É SPAZIO PER LA VERITÁ.

  2. Approfitto dello spazio dei commenti, come un qualunque lettore, per alimentare ancora il dibattito su un film che fa discutere e che stimola riflessioni anche in chi presenta modi totalmente differenti di vedere il fenomeno-Gomorra.
    L’analisi su cui ti soffermi e che vorresti ritrovare in un film è impossibile da contenere nello spazio di un film, senza che essa appaia come parziale e comunque incompleta. Da questo, è ovviamente sbagliato dire che Gomorra è IL film sulla camorra ma è quello che mostra nella maniera più compiuta finora alcune sue facce visibili ma mai rappresentate artisticamente.
    La visione di Saviano può essere incompleta o parziale quanto vuoi ma ha il merito di mettere assieme in forma letteraria (e quindi gradevole da leggere per un ampio pubblico) una serie di informazioni sulla camorra che sennò non sarebbero mai uscite dalla cerchia degli addetti ai lavori. E’ un merito che non si può negare. Vale anche per il film, che mostra ad un pubblico mondiale cinque facce di un dramma ancora in corso senza però voler essere il film-bibbia sulla camorra. Sta forse in questo la sua forza, visto che un film non può sostituirsi a quello che altri campi culturali dovrebbero fare, ovvero un’analisi delle origini e della natura reale del fenomeno camorristico. In parole povere, raccontare in un film tutto quello che scrivi è quasi impossibile. E’ vero pure che le sensibilità e le esperienze personali portino necessariamente ad avere uno sguardo più o meno distaccato sulla Gomorra che ci gira intorno ma purtroppo, volenti o nolenti, il film rappresenta la realtà per quello che è, squallida, dolente, cattiva, atroce, fetida. E’ giusto che qualcun altro si incarichi di rappresentarla in modo diverso, di farne vedere gli angoli più nascosti, per capire cosa c’è dietro il tossico con le vene schiattate o la vittima bruciata nella sua auto. Ma "Gomorra" non intende fare questo, raccontare LA Verità: una visione che può apparire vagamente superficiale, ma che in realtà aiuta chi è fuori a capirne realmente i contorni del fenomeno e vedere cos’è l’inferno di Napoli, risulta molto più utile di qualunque altra magari più precisa ma intellegibile solo a chi vive immerso nel fango che spruzza il Sistema.

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