INCONTRIVESUVIANI PERIODICO D'INFORMAZIONE E CULTURA VESUVIANA - ANNO II NUMERO LI

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Ciro Incoronato ha scritto 93 Articoli


Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica

domenica, febbraio 28th, 2010
Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica di Norberto Bobbio, Donzelli Roma, 13 euro. Norberto Bobbio si interroga in questo pamphlet sul significato e sulla tremenda attualità di due parole chiave del lessico politico: destra e sinistra. Analizzandone il variegato spettro semantico, cerca di dimostrare questa coppia antagonista non sia assolutamente scomparsa, anzi, oggi più che mai si ripropone in tutta la sua virulenza. Per Bobbio, dunque, destra e sinistra  esistono ancora, e a distinguerli è l'atteggiamento differente che assumono nei confronti dell'idea di uguaglianza. In questo modo lo studioso italiano costruisce un ragionamento molto efficace, in cui risultano essere mirabilmente uniti due elementi, e cioè grande dottrina e mirabile competenza storica, intesa come capacità di analizzare non solo il passato, ma anche il presente più immediato e di leggerlo con acutezza, dimostrandosi così abile nell'individuare le componenti più altamente polemogene della politica.

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Rocco Pititto, il cervello la mente e il linguaggio

venerdì, febbraio 19th, 2010

Cervello, mente, linguaggio. Una introduzione alle scienze cognitive

[Rocco Pititto, collana universitaria Le Muse, ISBN 9788889671153] | Novembre 2009 - Prezzo: 18,00€

Perché affermare che l’uomo è un essere “speciale”, posto al vertice del mondo animale e non, invece, un essere “qualsiasi”, anche se più  evoluto, uno tra i tanti altri esseri animali, che popolano il mondo, come da alcuni si è ipotizzato sempre più frequentemente e con maggiore convinzione? L’uomo è realmente un essere “speciale”? Come rispondere a questo interrogativo? Su quali basi documentali e con quali osservazioni e argomenti? A quale conclusione sull’essere dell’uomo, si potrà arrivare, se la risposta all’interrogativo è positiva, o, se, al contrario, è negativa? Infine, cambia qualcosa sul modo di concepire l’uomo e il suo destino nel mondo, se a prevalere sia la risposta, che, nega la “specialità” dell’uomo, a favore di una concezione indifferenziata del mondo animale, dove le distanze tra gli esseri animali sono così labili, da essere, infine, inconsistenti? Mente e linguaggio segnano il perimetro dell’umanità. Tutti gli esseri, animati o inanimati, sono parte del mondo, ma soltanto l’uomo, la creatura dotata della mente e del linguaggio, fa parte del mondo, lo possiede nello stesso tempo e ne è consapevole. Il semplice fatto di essere parte del mondo non significa di per sé possedere il mondo. Perché  è, soprattutto, attraverso il dono del linguaggio, la risorsa che lo caratterizza in via esclusiva come essere umano, che l’uomo possiede il mondo, creandolo e ricreandolo, ponendo domande ed esigendo risposte. Nessun altro essere può rivendicare di far parte del mondo, di possederlo, anche se solo simbolicamente, e di ricrearlo, adattandolo di continuo ai suoi “bisogni” e dando ad esso delle finalità. Rispondere alla domanda sul come sia possibile per l’uomo, tramite l’attività della mente e l’attività del linguaggio, possedere il mondo, ricrearlo ed esserne, nello stesso tempo, consapevole, è il filo conduttore di questo lavoro, la ragione ultima di una ricerca “appassionata” sull’uomo e sul suo destino.

Rocco Pititto è professore di Filosofia del Linguaggio e di Filosofia della Mente nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Studioso del linguaggio e della comunicazione, ricostruisce nella sua ricerca i nuovi spazi di umanità che si aprono alla riflessione sull’uomo nel mondo, dopo la fine delle certezze e la crisi della ragione, quando l’uomo, “gettato” nella terra di nessuno, vive l’esperienza dell’incertezza e della solitudine, Tra le sue pubblicazioni ricordiamo:Linguaggio ed esperienza religiosa (Bulzoni, Roma 1980); John Locke. Mondo linguistico e interpretazione (Edizioni Athena, Napoli 1984); Comunità, comunicazione ed emancipazione (ivi, 1988); Dalla lingua alla parola. Modelli linguistici e ricerca educativa (ivi, 1993); La fede come passione. Wittgenstein e la religione (S. Paolo, Cinisello Balsamo 1997); La comunicazione difficile. Psicopatologie del linguaggio e della comunicazione (La Scuola, Brescia 2001);Dentro il linguaggio. Pratiche linguistiche ed etica della comunicazione (UTET, Torino 2003); Ad Auschwitz Dio c’era. I credenti e la sfida del male (Studium, Roma 2005); La ragione linguistica. Origine del linguaggio e pluralità delle lingue (Aracne, Roma 2008).

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La tirannia dei valori

mercoledì, febbraio 10th, 2010
La tirannia dei valori
di Carl Schmitt, Adelphi, Milano,  pp. 107, euro 5,50.
Nella relazione tenuta a Ebrach nell’autunno del 1959 in occasione di un seminario organizzato dal suo allievo e amico Ernst Forsthoff, Carl Schmitt sottopone a critica serrata la presunta neutralità dei valori, sviluppando un discorso nel quale si combinano, mirabilmente, elementi storiografici e considerazioni teoriche di grande rilievo. Il pensatore tedesco si concentra, infatti, sull’origine della filosofia dei valori, individuandola, alla stregua di Heidegger, nella reazione alla crisi nichilistica della seconda metà del XIX secolo.
Per prendere le distanze dalla scienza, che, basandosi sulla legge di causalità, tendeva sempre più a minacciare la libertà dell’uomo e la sua responsabilità etica e giuridica, la scuola neo-kantiana del Baden – si pensi, in primo luogo, a Windelband e a Rickert - concepisce la filosofia come scienza critica dei valori: il Vero, il Benee il Bello, che rimandano ai tre ambiti della scienza, della morale e dell’arte, analizzati da Kant nelle sue tre Critiche. Ma solo con Nietzsche e poi con Scheler, la filosofia dei valori riesce a imporsi in maniera decisa, informando di sé l’universo culturale tedesco e provocando le risposte acute di notevoli personalità.
La metafisica nietzscheana della volontà di potenza considera, infatti, l’uomo come fondamento inconcusso di ogni cosa, capace di dettare legge a se stesso e a ciò che lo circonda, ponendosi, in questo modo, come fonte inesauribile di verità. Scheler, dal suo canto, punta, agli inizi del '900, alla costruzione di un’etica materiale dei valori, intesi come fenomeni originari, accessibili a una conoscenza non intellettiva, ma emozionale.
Analizzando la genesi storica di questo nuovo modo di filosofare, teso alla valorizzazione di ogni cosa, perfino del Summum Ens, cioè Dio, Schmitt osserva che si tratta di un fenomeno inquietante, in grado di generare un conflitto perenne, rispetto al quale anche l’atroce stato di natura della filosofia politica di Hobbes, caratterizzato dal bellum omnium contra omnes, assume i caratteri di un vero e proprio idillio. I valori, infatti, non esistono di per se stessi, ma vengono posti da una pluralità di soggetti, che fanno riferimento a visioni del mondo completamente differenti tra loro. Per questa ragione, la peculiarità specifica dei valori non consiste nel loro essere, bensì nella loro validità: essi, cioè, non sono, ma valgono. Per poter valere e affermarsi, devono puntare alla svalutazione di altri valori, prendere il sopravvento su di essi, sottometterli, esercitando, insomma, un potere tirannico. La decostruzione schmittiana mira a mettere in evidenza che il concetto di valore è altamente polemogeno, dal momento che implica esclusività, assolutezza, inasprimento dello scontro ideologico, trasformazione della terra in un inferno in cui si scontrano di continuo valori di segno opposto. Ma non bisogna dimenticare che le finalità di questo pensiero non sono, strettamente, filosofiche, ma, piuttosto, politico-giuridiche. Schmitt, in altre parole, non mira, come Heidegger, al superamento del soggettivismo nichilistico della metafisica occidentale in vista di un discorso sull’Essere. Ciò che gli interessa è la svalutazione del positivismo giuridico di matrice kelseniana, il suo ridimensionamento. Egli, infatti, distingue, come è noto, tre tipi di pensiero giuridico: il pensiero normativistico, che intende il diritto come norma, legge; il pensiero dell’ordinamento concreto, che considera il diritto come struttura concreta, istituzione; e il pensiero decisionistico, che interpreta il diritto come decisione, comando. Se il pensiero decisionistico, tipicamente schmittiano, non poteva essere, per ovvie ragioni, considerato utile per fornire alla Germania, dopo la Seconda Guerra Mondiale, un solido fondamento democratico, tanto meno si poteva pensare di far riferimento al pensiero dell’ordinamento concreto o, ancor meno, a Kelsen, che, secondo Schmitt, presupponendo come date l’autorità della legge e l’obbedienza al suo carattere vincolante, lasciava indifesa la democrazia dagli attacchi del totalitarismo incombente sull’Europa dell’epoca nella sua versione stalinista.

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Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans

mercoledì, febbraio 3rd, 2010
Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans di Werner Herzog, USA, 2009.
Il tenente Terence McDonagh della polizia di New Orleans salva un detenuto che si trova in una cella allagata. Ottiene una medaglia e una prescrizione vitalizia per il Vicodin, potente antidolorifico. Ogni tanto si fa pure di crack e coca insieme alla sua amata Frankie, una prostituta interpretata dalla bellissima e maledetta Eva Mendes. E quando poi una famiglia di afroamericani viene sterminata per motivi di droga, assume le indagini, certo di poter incastrare il temutissimo Big Fate. Quello di Herzog non è un capolavoro, e il personaggio di Nicolas Cage non ha lo spessore umano e metafisico del cattivo tenente interpretato da Harvey Keitel. Un confronto tra i due film è, quindi, inutile. Si tratta di pellicole girate con intenti completamente differenti. Ma si può dire certamente che in entrambe prevalgono atmosfere cupe, ben descritte, ambienti profondamente corrotti, nel quale le possibilità di redenzione e di riscatto sono ridotte a zero o quasi. Anche integrarsi nel sistema, diventando un anello dell'infinita catena della degradazione morale, come nel caso del tenente Terence McDonagh, sa di sconfitta, di capitolazione davanti ad un destino avverso, nel quale Dio non viene neppure chiamato in causa, perso com'è nella lontananza siderale dell'essere.

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Paranormal activity

venerdì, gennaio 29th, 2010
Paranormal activity di Oren Peli, USA, 2007.
Micah e Katie sono fidanzati e convivono in un appartamento a San Diego, in California.
Katie, sin da piccola, intrattiene una specie di “relazione” con un'entità sovrannaturale, che sembra seguirla ovunque, in tutti i suoi spostamenti. Micah non le crede fino in fondo, si mostra sempre parecchio scettico. Ma, per non deluderla e per verificare empiricamente la cosa, installa nell'abitazione una serie di telecamere, alfine di filmare ogni cosa; e inoltre si serve di una particolare strumentazione tecnica per rilevare tutte le anomalie acustiche, di giorno e di notte, ogni suono, anche il più impercettibile. Si tratta di una produzione americana low cost, che, mescolando sapientemente tutti gli elementi tipici del gena nell'abitazione una serie di telecamere, alfine di filmare ogni cosa; e inoltre si serve di una particolare strumentazione tecnica per rilevare tutte le anomalie acustiche, di giorno e di notte, ogni suono, anche il più impercettibile. Si tratta di una produzione americana low cost, che, mescolando sapientemente tutti gli elementi tipici del genere horror e non solo, ha dato vita ad un film che ha riscosso grande successo in tutto il mondo, dividendo, spesso e volentieri, critica e pubblico. Girato nel 2007 e proiettato per la prima volta allo ScreamFest Film festival, ma distribuito nelle sale statunitensi a partire dall'ottobre 2009, Paranormal activity è girato in stile “falso documentario” e le riprese sono volutamente amatoriali. Girato nell'appartamento del regista, in un ambiente domestico come ve ne sono tanti, un ambiente asciutto, tende a presentarsi come opera realistica, e proprio per questo, forse, ha avuto riscosso il plauso degli spettatori, che molto spesso si sono detti scossi da alcune sequenze.

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Tra-noi.Saggi sul pensare all’altro

giovedì, gennaio 28th, 2010
Tra-noi.Saggi sul pensare all'altro Di Emmanuel Levinas, Jaca-Book, 21 euro Emmanuel Levinas si è distinto per la coerenza, la continuità e l’acutezza con cui ha fatto progredire le proprie ricerche: «muovendo dall’esperienza del vuoto e del silenzio compiuta nei campi di prigionia, egli è giunto a mettere in questione la nozione di libertà costruita dall’umanesimo occidentale e, conferendo un nuovo senso ad una certa debolezza umana, ha approfondito in modo tutto nuovo il problema del negativo, dimostrando che la pazienza non è semplicemente il contrario della finitezza ontologica dell’umano e che l’uomo può ritrovare una parentela diversa da quella che lo lega all’essere, se procede alla propria identificazione non più sul piano di un’ontologia senza morale, e proclamante, anzi, il primato della politica, ma su quello di una trascendenza che, attestata dalla relazione di responsabilità che unisce l’io all’altro, ristabilisce, invece, il primato dell’etica, sancito nei millenni dalla religione ebraica». [1] Levinas, nelle sue opere, sottolinea il bisogno di guardare avanti, di riappropriarsi del futuro, mettendo in questione la sovranità di quell’io “detestabile”, che,  nel corso della storia, ha soffocato l’Alterità d’Altri, provocando innumerevoli drammi. Occorre, cioè, «rispondere del proprio diritto d’essere, non in riferimento all’astrazione di qualche legge anonima, di qualche entità giuridica, ma nel timore per altri. Il mio nel mondo o “il mio posto al sole”, il mio presso di me non sono stati usurpazione di luoghi che appartengono all’altro uomo già oppresso o affamato da me? »[2] Levinas nel tentativo di superare la fenomenologia husserliana e di procedere ad una critica radicale della filosofia heideggeriana, elabora una nozione molto interessante, quella di coscienza non-intenzionale, che vale la pena riprendere.[3] Egli, analizzando l’ intenzionalità della coscienza, ritiene che «in quanto apprendere, il pensiero comporta un prendere, un afferramento, una presa su ciò che è appreso e un possesso»[4]. Il pensiero, cioè, per sentirsi completamente soddisfatto, appagato, tende ad assorbire l’essere che si dà alla conoscenza, a fagocitarlo: «l’opera hegeliana in cui confluiscono tutte le correnti dello spirito occidentale e dove si manifestano tutti i livelli, è insieme una filosofia del sapere assoluto e dell’uomo soddisfatto. Lo psichismo del sapere teoretico costituisce un  pensiero che pensa secondo la proprio misura e, nella sua adeguazione al pensabile, si conforma a se stesso, sarà coscienza di sé. È il Medesimo che si ritrova nell’Altro. L’attività del pensiero ha ragione di ogni alterità e, in fin dei conti, in ciò consiste la sua stessa razionalità».[5]La coscienza, quindi, è riduzione dell’Altro al Medesimo, implica esposizione all’afferramento, alla presa, alla com-prensione, all’appropriazione: « coscienza come lo scenario stesso dello sforzo dell’esse in vista di questo stesso esse , esercizio quasi tautologico del conatus al quale si riconduce il significato formale di questo verbo privilegiato che, alla leggera, si definisce ausiliario».[6] Ma essa non è soltanto coscienza diretta sul mondo, coscienza intenzionale; è anche coscienza di se stessa, coscienza che ha per oggetto l’io, i suoi stati e i suoi atti mentali. Coscienza confusa , riflessa, «in cui la coscienza diretta sul mondo cerca soccorso contro l’inevitabile spontaneità della sua rettitudine intenzionale, dimentica del vissuto indiretto del non-intenzionale e dei suoi orizzonti, dimentica di ciò che l’accompagna».[7]Si presenta, in altri termini, come cattiva coscienza, che, denudata di tutti i suoi attributi, si trova a rendere conto della sua stessa presenza: «nella passività del non-intenzionale – nel modo stesso della sua spontaneità e prima di ogni altra formulazione di idee metafisiche su questo argomento- si mette in questione la stessa giustizia della posizione nell’essere che si afferma con il sapere intenzionale, sapere e impresa del presente/tenente in mano: essere come cattiva coscienza; essere in questione, ma anche sottoposto alla questione, dovere di rispondere, dover parlare, dovere dire io, essere alla prima persona, essere io appunto; ma allora nella propria affermazione di essere io, dover rispondere del proprio diritto d’essere».[8] Ogni uomo è, quindi, chiamato a rendere conto del suo essere, anzi, del suo esser-ci, del suo essere qui e ora in quanto usurpazione del posto al sole di ogni altro esserci. Già Heidegger, argomenta Levinas, aveva sottolineato che il Dasein, l’Esserci, in quanto essere-al-mondo è sempre essere-con, Mit-Sein, essere con gli altri. Ma proprio in questo rapporto con gli altri, l’uomo si confonde con l’essere degli altri, fino a cadere miseramente sotto la dittatura neutra e impersonale  del Si: « il Si c’è dappertutto, ma è tale da essersela sempre squagliata quando per l’Esserci viene il momento della decisione. Tuttavia, poiché il Si ha già sempre anticipato ogni giudizio e ogni decisione, sottrae ai singoli Esserci ogni responsabilità.(…) Il Si sgrava quindi ogni singolo Esserci nella sua quotidianità. Non solo. In questo sgravamento di essere, il Si si rende accetto all’Esserci perché ne soddisfa la tendenza a prendere tutto alla leggera e a rendere le cose facili. Ognuno è gli altri. Nessuno è se stesso. Il Si come risposta al problema del Chi dell’Essrci quotidiano, è il nessuno a cui ogni Esserci si è già sempre abbandonato nell’indifferenza dell’essere-assieme».[9]Per sottrarsi alla brutale tirannia del Si e ritornare ad un’esistenza autentica,  per riconquistare l’Eigentlichkeit, l’Esserci, secondo Heidegger, deve progettarsi in base alla sua possibilità più propria: la morte. Nella decisione anticipatrice della morte, che non significa nè la «realizzazione della morte»,[10] né un semplice pensare alla morte stessa, può cogliere pienamente se stesso, la sua essenza. «L’anticipazione svela all’Esserci la dispersione nel Si-stesso e, sottraendolo fino in fondo all’aver cura che si prende cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: la libertà per la morte».[11] Levinas oppone al discorso heideggeriano una differente concezione dell’Esserci. Dal suo punto di vista, infatti, se è vero che il Dasein è, costitutivamente essere-con-gli-altri, esso si presenta come preoccupazione per l’altro uomo, sollecitudine per l’altro: «preoccupazione come santità, quello che Pascal chiamava amore senza concupiscenza».[12] In quanto tale, l’Esserci, prima di preoccuparsi e angosciarsi  per la sua morte, prima di pensare a sé, alla propria situazione, deve preoccuparsi per l’Altro, prendersene cura. «Il timore per altri, timore per la morte del prossimo, è un timore mio, ma per nulla timore per me. Esso rompe così con la meravigliosa analisi fenomenologica che Sein Und Zeit propone dell’affettività: struttura riflessa in cui l’emozione è sempre qualcosa che turba, ma anche emozione per se stessi, dove l’emozione consiste nel turbarsi, doppia intenzionalità del di e del per che partecipano, per eccellenza, all’emozione, all’agoscia; essere-per-la-morte dove l’essere finito è turbato della sua finitezza per questa finitezza stessa»[13]. La mortalità d’altri mette in questione il conatus essendi di un io che si vuole sovrano, padrone assoluto, signore incontrastato dell’ente, del mondo. Nella responsabilità per l’altro, responsabilità anteriore a ogni deliberazione logica che richieda una decisione ragionata, l’uomo è chiamato a diventare ostaggio dell’altro, ad assoggettarsi completamente ad esso, ad obbedirgli in maniera incondizionata. Si tratta di un’obbedienza che è bontà estrema, amore disinteressato; un’obbedienza che precede l’ascolto di un ordine e sorge davanti al volto d’Altri, ponendosi come base di una convivenza pacifica, in cui non vi sia posto per odio, risentimento, volontà di sopraffazione. Levinas, non lasciandosi sedurre dalle argomentazioni di Heidegger, cui, del resto, riconosce grandi meriti speculativi, cerca di andare oltre la metafisica della soggettività, della volontà di potenza, costruisce un discorso imperniato sul primato dell’etica, della responsabilità. A differenza di Axelos, che non riesce ad evadere dalla filosofia del pensatore tedesco, dalla sua seducente gabbia concettuale, egli, memore delle terribile vicende storiche che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, non  contribuisce alla disintegrazione dell’etica, ma tenta, piuttosto, di rifondarla, rivitalizzandone le fondamenta, ascoltando l’appello proveniente dall’Altro, nel cui volto “Dio viene all’idea”.
[1] G.LISSA, Etica della responsabilità e ontologia della guerra, cit., pp.74-75. [2] E.LEVINAS, La coscienza non-intenzionale in Saggi sul pensare-all’Altro, Milano, 2002, p.165. [3] Non è nostra intenzione prendere in esame in questa sede il complesso e profondo pensiero di Levinas, che richiede particolare attenzione e competenza. Cercheremo, piuttosto, di analizzare qualche breve saggio di questo filosofo, che, più di ogni altro, a nostro avviso, ha saputo sottoporre a dura critica Heidegger, proponendo un’etica della responsabilità, basata su un totale ripudio della tirannia dell’io e su una messa in questione radicale degli esiti nichilistici di certe tendenze della filosofia novecentesca. [4] E.LEVINAS, La coscienza non-intenzionale in Saggi sul pensare-all’Altro, op.cit., p.159. [5] Ibid., p.160. [6] Ibid., p.162. [7] Ibid. [8] Ibid., p.164. [9] M.HEIDEGGER, Essere e Tempo, cit., pp.159-160. [10] Ibid., p.312. [11] Ibid., p.318. [12] E.LVEVINAS, Morire per…, in op.cit., p.242. [13] Id.,  La coscienza non-intenzionale in op.cit., pp. 165-166.

Ciro Incoronato ha scritto 93 Articoli


Pasto nudo

venerdì, gennaio 15th, 2010
Pasto nudo di William S. Burroughs, Adelphi, milano, 10 euro. Burroughs, come disse Norman Mailer, è stato un vero e proprio genio della letteratura. Ha distrutto il linguaggio, lo ha violentato, ne ha esplorato tutte le strutture corrodendole, si è messo alla ricerca di nuovi strumenti espressivi per raccontare una realtà in continua trasformazione, in continuo divenire, un mondo di cui è impossibile cogliere l'essenza se non vivendolo in tutta la sua pienezza, in tutte le sue contraddizioni. L'autore americano  si avventura nel mondo degli emarginati, dei tossici, di cui egli stesso faceva parte. Si mette a nudo, scoprendo le sue paranoie, le sue ansie, la sua percezione delle cose alterata dall'uso massiccio di ogni genere di droga, i suoi viaggi in realtà parallele. Questo romanzo, dunque, può essere tranquillamente inscritto nella cultura della cosiddetta beat generation, coi cui maggiori esponenti Burroughs ha avuto profondi rapporti di amicizia, ma questa affermazione non deve suonare come una definizione limitante, perchè illimitato è il genio artistico di questo scrittore, illimitata è la materia trattata.

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Sull’utilità e il danno della storia per la vita

lunedì, gennaio 4th, 2010
4/01/2010 Sull'utilità e il danno della storia per la vita di Friedrich Nietzsche, Adelphi, Milano, 7,23 euro. Seconda delle Considerazioni Inattuali del filosofo tedesco,  Sull'utilità e il danno della storia per la vita affronta un tema certamente spinoso: il problema della storia vista come malattia dello spirito, come degenerazione che porta l'uomo ad avere un atteggiamento troppo ossequioso nei confronti del passato, a non metterlo in discussione come dovrebbe, ma a trattarlo come una reliquia da venerare e conservare con grande cura. Si tratta, in altre parole, di una questione scottante, che ha trovata vasta eco nei filosofi successivi - si pensi ad esempio alla riflessione di Heidegger in primo luogo-  e che ancora oggi è di terribile attualità, anche perchè nel tempo si sono affinati gli strumenti tramite cui si forma la memoria storica dell'uomo, che può avvalersi di tecnologie sempre più all'avanguardia, di mezzi sempre  più potenti. Il passato ancora incombe sulle nostre esistenze, e se sbarazzarsene velocemente non è cosa giusta ed utile, neppure il culto della storia può portare a risultati positivi. La via indicataci da Nietzsche, quella del poter dimenticare, non può essere accettata acriticamente, come un dogma da rispettare, ma va vista nei suoi limiti, in tutta la sua problematicità. L'uomo, a differenza dell'animale, non sarà mai attaccato al piuolo dell'istante, deve sempre fare i conti con un'esistenza storica, con tutta una serie di tradizioni, che non può non prendere in considerazione.

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Che cos’è la filosofia

lunedì, dicembre 28th, 2009
Che cos'è la filosofia di Martin Heidegger, Il Melangolo, Genova, 6 euro. Nelle prime battute del suo intervento, tenuto nell'agosto del 1955 a Cerysi-la-Salle come introduzione a un colloquio sull'essenza della filosofia, Heidegger tiene a sottolineare che, se le scienze possono dare la propria particolare impronta alla storia dell'uomo sul nostro pianeta, ciò si ha perchè esse «traggono origine dal più intimo processo storico, da quello filosofico»[1].Senza la filosofia non avremmo mai avuto, quindi, le scienze, il dominio scientifico sull'intera realtà. Interrogarsi sull'essenza della filosofia, sulla parola greca Philosophìa, equivale a interrogarsi sull'origine di ciò che è alla base della cosiddetta “era atomica”. Si tratta, insomma, di una domanda storica, «in cui è in gioco il nostro destino. Ancor più: non è una domanda, è la domanda storica del nostro esserci europeo occidentale»[2]. Heidegger si concentra sul termine Philosophìa, al fine di portarne alla luce l'autentico significato. Afferma che essa, originariamente, è un aggettivo, deriva, cioè, da Philòsophos, l'amante del Sophòn, che, per Heidegger, è l'En Panta eracliteo, l'unico, ciò che tutto unisce. L'Uno-Tutto è ciò che raccoglie, nel senso che unifica, i contrari. Così Heidegger si esprime al riguardo: «l'Uno-Tutto lascia-stare-insieme-dinanzi ciò che è staccato come il giorno e la notte, l'inverno e l'estate, la pace e la guerra, la veglia e il sonno, Dioniso e Ades. Ciò che è così trasportato, diapheròmenon, attraverso l'estrema distanza che separa presente e assente, è quello che il posare raccogliente lascia stare dinanzi nella sua diaferenza»60. In altri termini: il logos, heideggerianamente inteso come raccogliere, non è un mettere al loro posto, un ordinare gli opposti in un processo di autocomprensione del sapere che si sa sapere assoluto; e nemmeno un mettere l'uno accanto all'altro dei contrari alla ricerca del compromesso che, di volta in volta, risulta più opportuno. Gli opposti non sono unificati in un processo dialettico e nemmeno lasciati fluttuare e detrminati occasionalmente. Il Logos, pertanto, non è un raccogliere nell'unità, ma un raccogliere che preserva quello che Eugen Fink definisce “una forma originaria di differenza”: la diaferenza. Una forma originaria, perchè Eraclito viene prima della metafisica, della tematizzazione della differenza ontologica di essere ed ente.
  • [1] M.HEIDEGGER, Che cos’è la filosofia?, tr.it. C. Angelino, Genova, 2005, p.15.
  • [2] Ibid., p.19.
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    Colla

    domenica, dicembre 27th, 2009
    Colla di Irvine Welsh, Tea, Milano, 8,60 euro. Irvine Welsh ci ha abituato a grandi provocazioni, a testi nei quali si occupa delle esistenze al limite di emarginati di ogni risma, che campano alla giornata e bevono come spugne o si fanno di tutto: acidi, eroina, erba. Si è sempre soffermato su situazioni squallide, sulle risse degli hooligans scozzesi, sul sesso violento, sulle sbornie di ragazzi emarginati: ha avuto cioè il grande merito di portare alla luce la disperazioni di generazioni perdute, di una gioventù bruciata, di quartieri difficili, come la Corea di Edimburgo. Città che anche in questo romanzo più maturo è al centro dell'attenzione, con tutte le sue contraddizioni. Welsh ripercorre la vita di alcuni ragazzi, descrivendone i momenti di maturazione, sottolineando la profonda amicizia, che sempre e comunque li lega, ance nelle situazioni più difficili e scabrose, anche quando tutto sembra perso e il vuoto "invade" sempre di più le loro esistenze miserabili. Irvine Welsh vive a Londra, dopo aver vissuto e lavorato ad Edimburgo e ad Amsterdam. Capofila della Chemical generation è autore di grandi successi quali Trainspotting, Ecstasy, Tolleranza Zero, Porno.